Negli ultimi anni, una parola è entrata prepotentemente nel nostro modo di vivere la natura: accessibilità. È un concetto bellissimo quando significa permettere a più persone di conoscere, amare e rispettare la montagna. Ma c’è un punto sottile e pericoloso in cui l’accessibilità rischia di trasformarsi in qualcos’altro: nella convinzione che tutto debba essere alla portata di tutti, subito e senza sforzo.
La realtà, però, è diversa. E bisogna avere il coraggio di dirlo: la montagna non è democratica.
Non tutto è per tutti (e non è un problema)
Un sentiero impegnativo non è un’ingiustizia sociale. Una vetta che richiede esperienza non è discriminatoria. Un itinerario che non siamo ancora in grado di affrontare non è un percorso che deve essere semplificato o spianato per venire incontro alle nostre carenze.
A volte, semplicemente, significa che non siamo pronti. E non c’è nulla di male o di offensivo in questo. Accettare i propri limiti è il primo passo per superarli in sicurezza.
La montagna non è un servizio clienti
Siamo abituati a una società basata sul “tutto e subito”. Se vogliamo raggiungere un posto inseriamo l’indirizzo sulle mappe; se non sappiamo fare una cosa cerchiamo un tutorial veloce; se qualcosa è difficile cerchiamo una scorciatoia per renderla comoda.
Poi arriviamo in natura e pretendiamo la stessa logica. Ma la montagna non è un parco divertimenti. Non ha un customer care, non ha l’obbligo di essere comoda, non deve garantire a tutti di arrivare in cima e, soprattutto, non ha alcun obbligo di adattarsi alle nostre aspettative.
- Un sentiero EE resta un sentiero per Escursionisti Esperti, anche se un video sui social lo ha raccontato come una “semplice passeggiata panoramica”.
- Un tratto esposto resta esposto, anche se in foto sembrava innocuo.
- Un’escursione di otto ore non diventa di quattro solo perché indossiamo scarpe di ultima generazione, abbiamo uno smartwatch top di gamma e un profilo ricco di foto tra le vette.
L’attrezzatura ti aiuta, ma l’esperienza non si compra in negozio.
La cultura della rinuncia come atto di maturità
Abbiamo trasformato la difficoltà in qualcosa di quasi imbarazzante. Dire “non me la sento” viene percepito come una debolezza; ammettere di non essere abbastanza allenati sembra una sconfitta.
Invece, saper girare i tacchi e tornare indietro è la decisione più intelligente e matura che un escursionista possa prendere. La montagna non è una gara contro gli altri, e non deve diventarlo nemmeno contro noi stessi. Tornare a casa sani è sempre la vera vittoria.
“Se ce la fa lui, posso farcela anch’io”: un’illusione pericolosa
Vedere qualcuno davanti a noi superare un tratto critico non significa che possiamo farlo anche noi. Quella persona potrebbe avere vent’anni di esperienza alle spalle, una conoscenza profonda del terreno, la capacità di leggere il meteo o semplicemente un margine di sicurezza diverso dal nostro.
La montagna non riconosce le nostre buone intenzioni: conosce il vento, la roccia, il ghiaccio, la fatica e la gravità.
Imparare a essere ospiti
Una vera educazione alla montagna deve ripartire da questa consapevolezza: noi siamo ospiti.
Quando si entra in casa d’altri non si dettano le regole. Si imparano, si rispettano e si accetta con umiltà quando è il momento di salutare e fare un passo indietro. Imparare a dire “oggi non è per me” non significa escludere, ma dimostrare un profondo rispetto per la natura e per la propria vita.